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Santa Eurosia

Santa Eurosia (patrona di Lariano)

estratto dal libro di Ferdinando Tamburlani: “Santa Eurosia e la presenza dei Sacerdoti dell’ordine della Madre di Dio a Lariano” 1990

Santa Eurosia

Santa Eurosia

Santa Eurosia nacque nell’anno 864 col nome di Dobroslava e fu figlia di Moyslav, duca di Boemia. A qualche anno dalla nascita rimase orfana di entrambi i genitori. Prima morì la madre della quale non ci è dato conoscerne con esattezza nemmeno il nome. Il padre morì in guerra presumibilmente nell’872 quando la piccola Dobroslava aveva appena otto anni. Tale data si deduce dal fatto che proprio nell’872 comandava la Boemia un giovane di 25 anni chiamato Boriboy, lo stesso che in quell’anno aveva combattuto al fianco del duca Moyslav.

Boriboy era figlio del duca Hostivit, dal quale ereditò il titolo ducale; era sposato con la giovane Ludmilla, figlia unica di Slavibor, proprietario di grandi quantità di terre e del celebre castello di Psov. Nell’anno 875 Boriboy e Ludmilla stabilirono la loro corte nel grande castello Levy Hradec e con loro andò a vivere la piccola orfana Dobroslava. Ludmilla le voleva molto bene e, non essendo tanti gli anni di differenza essendo andata sposa di Boriboy appena raggiunta la pubertà, le divenne molto amica e le due passarono insieme giorni felici in quel castello signorile. Il duca era buon cristiano e dal suo castello fece in modo che la luce della fede si propagasse fra i pagani di Boemia, ciò anche tramite la costruzione di una chiesa posta all’interno del castello stesso e che fu dedicata a San Clemente. Questa piccola chiesa è da ritenersi di grande importanza essendo stata, come dice la leggenda, la prima chiesa di Boemia ed essendo la stessa dove vennero battezzate sia Ludmilla che Dobroslava-Eurosia: ciò avvenne nell’anno 877, quando la giovane duchessa Ludmilla aveva circa 17 anni e la sua amata figlia adottiva aveva raggiunto l’età della pubertà. Allora regnava ancora il paganesimo ed il battesimo di Ludmilla e di Eurosia, avvenuto per mano di Caycha, monaco basiliano e discepolo di San Metodio, rappresentò l’inizio della conversione al cristianesimo del popolo di Boemia. Nella casa ducale regnava Gesù Cristo e con Lui la felicità e la pace e intanto la famiglia si riempiva di gioia per la nascita del piccolo Spitinev, primo dei sei figli nati dal matrimonio di Boriboy con Ludmilla, che ebbero tre maschi e tre femmine. La giovane Eurosia si distingueva, intanto per bontà ed altruismo ed era da tutti amata.

Troppo spesso le cose belle della vita sono destinate a finire presto e la tranquillità di Eurosia nel castello non durò per molto tempo. Infatti un gruppo di cechi-boeri, essendo pagani ed assetati di potere, si ribellò al duca Boriboy. La guerra appariva inevitabile, ma il duca, amando il suo popolo con spirito profondamente cristiano, non voleva spargimento di sangue. Così Boriboy, seguendo la sua coscienza ed il consiglio del cappellano Caycha, andò a rifugiarsi con tutta la sua famiglia dal gran re di Moravia Svatopluk. La Boemia rimase così senza capo ed il posto di Boriboy fu preso dal nobile Stoymir che era stato esiliato da Hostivit, padre di Boriboy. Tutto questo succedeva nell’anno 879.

Ben presto la gente si stancò del malgoverno di Stoymir e reclamò il ritorno del buon duca cristiano, volontariamente in esilio presso il suo grande amico e forse parente Svatopluk.

Le visite ed i consigli di San Metodio contribuirono ad alleviare le pene dell’esilio e a rafforzare la già grande fede cristiana di Boriboy, Ludmilla ed Eurosia. Alla fine dell’979 San Metodio fu richiamato a Roma dal Papa e vi giunse nel Giugno dell’880. Nello stesso periodo si trovava in Roma un’ambasciata di aragonesi. Il viaggio di San Metodio e la coincidenza di trovarsi a Roma questo gruppo di ambasciatori aragonesi non può che rappresentare quel disegno divino che fu determinante per la giovane Eurosia: una fanciulla con la predestinazione alla santità!

Vi era in Aragona un conte della dinastia reale degli Jimenos; si chiamava Fortùn Jimènez ed era in quei luoghi il personaggio più influente dopo il re. Venendo a mancare i diretti discendenti al trono di Aragona, il conte Fortùn, cosciente della sua parentela regale e della sua dignità, prese il potere in queste montagne. Risultava così essere un re facente funzioni, disposto a lasciare il trono non appena risolta la questione della successione. Fortùn Jimènez, re di Aragona e Navarra, chiese al Santo Padre, per mezzo dell’ambasciata, la dispensa dai voti religiosi del suo figlio secondogenito, don Fortunio Garcès, al fine di potergli succedere nel trono. Ciò perché il figlio primogenito ed erede naturale era morto in guerra combattendo contro i mori. Gli stessi ambasciatori aragonesi chiesero al Papa Giovanni VIII di consigliare una sposa per il figlio di Fortùn Jimènez.

Papa Giovanni VIII aveva grande stima di San Metodio ed a lui si rivolse dicendogli: «Fratello amatissimo, oltre al mio lavoro apostolico, debbo provvedere a trovare una sposa per il principe di Aragona. E un popolo semplice, un pò rude, però buono e fedele, che lotta eroicamente contro i nemici del Cristianesimo. La damigella che io gli dovrei raccomandare dovrebbe essere una figlia, però, sai se egli ha una parente in possesso ditali virtù?»

San Metodio rispose: «Beatissimo Padre, Svatopluk non ha nè figlia nè parente alcuna. Però il gran duca di Boemia, che ora vive in esilio presso la corte di Svatopluk, una una figlioccia più giovane della sua sposa che si chiama Dobroslava, come in greco Eurosia. E’ una santa ed eroina». «Questa andrebbe molto bene. La raccomanderò agli aragonesi», rispose molto soddisfatto il Papa confidando nel consiglio di San Metodio. Giovanni VIII così fece. Liberò don Fortunio dai voti religiosi e gli raccomandò Dobroslava.

Una parte dell’ambasciata reale iniziò il viaggio di ritorno in Aragona insieme a qualcuno della comitiva di San Metodio; l’altra parte degli aragonesi andò con San Metodio in Moravia per trattare il matrimonio con i genitori adottivi di Eurosia e con lei stessa. Saputo dell’intervento del Papa, i nobili sposi di Boemia, Boriboy e Ludmilla, acconsentirono di buon grado al matrimonio. Dopo di che entrambe le ambasciate tornarono ad incontrarsi a Roma dove diedero al Papa le lettere dei rispettivi principi; quindi ripartirono di nuovo per la Moravia. Portavano le lettere del Papa e del re di Aragona, più i doni per il duca e per la nobile sposa del principe. Portavano anche lettere e doni per San Metodio e Svatopluk. Era il mese di agosto e gli aragonesi avevano fretta di attraversare i Pirenei prima che ne fossero impediti da qualche incursione di mori o di normanni.

Svatopluk, reso edotto di tutto, fu ben lieto delle nozze e inviò regali nuziali alla sposa. La santa giovane Dobroslava (Eurosia), dopo aver udito il consiglio di San Metodio, non pose alcun ostacolo e accettò volentieri di andare sposa a don Fortùn Garcès. Fu così stabilito il matrimonio; però Dio aveva altri progetti per la nostra Eurosia.

Martirio e morte di Santa Eurosia

Nel mese di Agosto Eurosia iniziò il viaggio verso il regno di Aragona con una piccola comitiva: era l’anno 880. Passarono per Pasau, Basilea, attraversarono le terre dei franco-occidentali e, nel mese di Ottobre, giunsero alle acque del fiume Aragòn, che non era lontano dalla città di Yebra, situata nel sud dei Pirenei. Dalle acque del fiume Aragòn presto passarono a quelle del Gàllego e del Basa avvicinandosi sempre di più al re consorte, il quale non poteva essere in Jaca dal momento che questa città, per la inaspettata e feroce persecuzione saracena, si era quasi del tutto spopolata. Alla città di Yebra fu inviato don Domingo per annunciare l’arrivo della sposa, però questo venne catturato dai mori che lo uccisero. Questi mori erano capitanati da Aben Lupo, che era un rinnegato. Dai documenti che don Domingo portava con se, Aben Lupo seppe dell’arrivo di Eurosia e che era in viaggio per sposare Fortùn Garcès. Con la tragica morte di questo emissario cominciava il calvario di Eurosia e del suo seguito. La comitiva, ignorando quanto era successo, aspettava il ritorno di don Domingo in un albergo. Però il tempo passava e il messaggero non appariva. Tutta la famiglia di slavi ed aragonesi non era tranquilla. Il padrone dell’albergo, prevedendo e presagendo che i mori fossero ormai vicini, consigliò Eurosia di rifugiarsi nelle grotte dei vicini monti. Così fece e, lasciando la casa della valle, ritornò indietro fuggendo verso la montagna. Non fu difficile ad Aben Lupo trovare la comitiva di Eurosia ed arrivare così ad essa. Il bandito cercò con buoni modi di ottenere i favori della giovane. L’arabo voleva che Eurosia rinnegasse la fede in Gesù Cristo e rinunciasse a don Fortùn Garcès per divenire, conseguentemente, sua sposa. Aben Lupo cercò in tutti i modi di convincere Eurosia ai suoi voleri e, aspettando di riuscire nel suo intento, ritardava l’ora dell’attacco alla pacifica comitiva. Però, quando vide che le sue lusinghe a nulla servivano, diede l’ordine per l’assalto. In un primo scontro furono sterminati i principali difensori della comitiva. Eurosia e alcuni dei suoi accompagnatori riuscirono a fuggire e, scalando il monte, si nascosero fra le piante di cerro e le grotte. Continuando la fuga senza meta, Eurosia e i suoi compagni sopravvissuti trovarono rifugio in una piccola e deserta prateria dove non vi era acqua. Di conseguenza, dopo inutili ricerche, tutti erano presi dall’arsura della sete. Erano tutti allo stremo delle forze ed Eurosia allora si inginocchiò in mezzo all’arido prato e chiese aiuto a Dio ed all’istante avvenne il miracolo: una fonte di fresca acqua cristallina sgorgò improvvisa ed abbondante dalla terra. Ma in quel luogo avvenne anche la battaglia finale, perché Aben Lupo coronò il suo furioso inseguimento raggiungendo Eurosia e i suoi pochi compagni di sventura. Aben Lupo in persona attaccò il capo della comitiva che si chiamava Cornelio. Eurosia, che era al suo fianco, tese il braccio per difenderlo e la spada, che doveva dare la morte a Cornelio, tagliò di netto la mano di Eurosia all’altezza del polso. Davanti a questa grave mutilazione e vedendo frustrate le sue speranze, Aben Lupo fece a pezzi il corpo di Cornelio e, al colmo della ferocia, diede ordine ad uno dei suoi satanici aiutanti di tagliare l’altra mano di Eurosia e poi i piedi e la testa. Eurosia non pianse, non implorò, non degnò di sguardi pietosi il carnefice. Aben Lupo era fuori di sè; nemmeno l’amputazione delle mani domava la giovane eroina ed anche i piedi le vennero recisi. Eurosia sulle braccia dalle mani recise si mise in ginocchio. Lo spettacolo era tremendamente tragico, ma il momento aveva la solennità del martirio. Dinanzi a tanta ferocia non vi era che un povero corpo di una ragazza priva delle mani e dei piedi, che in ginocchio, con il volto fisso al cielo, con le pupille radiose, pregava. Aben Lupo era vinto e sconfitto dinanzi ai suoi. Ed in quei tragici momenti, neri nuvoloni si erano addensati suoi monti, lontani scoppi di folgori si fecero sentire, un vento improvviso scuoteva le vicine foreste, nebbie e nuvole salivano dalle bassure, mentre il tuono minaccioso rumoreggiava da lontano. Un lampo improvviso scese vicino alla scena del martirio. Fu allora che Aben Lupo, preso da rabbia ancora più forte mista a terrore, diede l’ordine della decapitazione, quasi a voler sperare di fermare la paura che già si era impadronita dei suoi seguaci. Eurosia alzò ancora una volta i sanguinanti moncherini al cielo; offrendosi alla scure del carnefice, chinò il capo che cadde reciso insieme all’ultima sua preghiera terrena. Contemporaneamente si scatenò la sua furia dal cielo: un grandinare furibondo, uno scrosciare spaventoso di acque, folgori e tuoni assordanti, venti che sradicavano gli alberi delle foreste, urla di belve che fuggivano terrorizzate insieme ai saraceni. Nel mentre dal cielo una voce più potente della tempesta diceva: «Sia dato a Lei il dono di sedare le tempeste, ovunque sia invocato il suo nome!». In questa maniera, quando aveva appena sedici anni, Eurosia prese la palma del martirio unitamente a coloro che restavano della sua comitiva. Questo successe nell’ottobre dell’anno 880. Fra coloro che accompagnavano Eurosia nei suoi ultimi momenti si dice che ci fosse anche il Vescovo Acisclo, fratello del capo Cornelio che cadde nel martirio. Qualcuno della città di Yebra avvertì don Fortunio di ciò che poteva succedere ad Eurosia sulle montagne. Lo sposo corse in aiuto della sua sposa, però arrivò quando il martirio si era compiuto. In quei frangenti non si ebbe nemmeno il tempo di dare onorata sepoltura ai resti mortali di Eurosia e a quelli dei suoi fedeli compagni. Ciò anche perché don Fortunio, sconvolto dal dolore, non aveva altro pensiero che quello di inseguire Aben Lupo. Per questa ragione don Fortunio si limitò a seppellire il corpo della sua sposa nel medesimo luogo del martirio, dopo averlo avvolto in una pelle di bue. Don Fortunio non riposava, non trovava pace, il dolore indurì il suo cuore. Perseguiva continuamente i mori e l’assassino della sua amata Eurosia. Anche quando la sua salute fu seriamente compromessa non cessò di combattere, finché non morì eroicamente nella battaglia e sempre in difesa dei più alti valori cristiani.

Canonizzazione di Santa Eurosia

Erano passati quasi due anni e nessuno si preoccupava dei resti di Eurosia. Un semplice e mite pastore, chiamato Guillèn, pascolava le sue pecore vicino al luogo dove Eurosia ebbe il suo volontario martirio. Il pastore non era certo istruito ed oltre al Padre Nostro e a qualche altra cosa non sapeva altro. Ma di Eurosia sapeva che era giunta in quei luoghi attraversando i Pirenei e che sopra una roccia di una radura, non lontano da Yebra, aveva fatto sgorgare una fonte di acqua cristallina. Un giorno Guillèn placò la sua sete a quella fonte e si mise ad ascoltare il canto di un meraviglioso uccellino. Improvvisamente l’uccellino scomparve ed, al suo posto, il pastore vide qualcosa come una bianca luce che circondava la pianta e sentì come una voce angelica che gli diceva: «Guillèn, è da molto tempo che qua non viene nessuno. Gli aragonesi si sono dimenticati di Eurosia che Dio vuole glorificare. Prendi il suo corpo che sta sepolto sotto questi cespugli e portalo alla valle. Lascia a Yebra la testa, porta il suo corpo nella chiesa della città di Jaca e mettilo nella parte destra dell’altare sotto il tabernacolo». Guillèn obbedì. Avvolse il corpo nei suoi poveri panni e andò a Yabra. Lì diede al parroco la Santa Testa e poi corse ad Jaca. Però la notizia dell’arrivo dei resti della Santa corse più del pastore. Dicono che le campane delle torri incominciarono a suonare da sole; che nei luoghi dove il corpo passava si aprivano le corolle di molti fiori; che le fontane secche tornavano a gettare acqua copiosamente; che guarivano gli ammalati con il semplice odore che usciva dai resti della Santa. Arrivato in Jaca, il pastore pose il corpo di Eurosia sull’altare, salì sul pulpito e raccontò le sue avventure ai molti fedeli lì convenuti. Guillèn non uscì più dalla città; il vescovo Io nominò canonico e custode dei resti di Eurosia. Si mise a studiare, fu ordinato sacerdote e scrisse la prima storia della Santa. Questa storia risulta assai preziosa e di un valore storico incalcolabile dal momento che è fondamentale per i breviari medievali di Jaca, Huesca e Tarragona. Solo da questo scritto si è potuto risalire con chiarezza storica a nomi e date che sarebbero stati altrimenti sconosciuti. Solo col Papa Alessandro III (1170) la sede romana si riservò il potere di emanare decreti di canonizzazione e il riconoscimento universale dei Santi. Al tempo di Eurosia, invece, il processo di canonizzazione, che dichiarava la santità di un eroe cristiano e la presenza della sua anima nella Gloria, lo faceva il Vescovo della diocesi direttamente interessata con la cooperazione dei vescovi vicini. Ciò faceva sì che il culto si estendesse a tutta I’arcidiocesi che nel nostro caso includeva tutte le diocesi dell’Aquitania e della Spagna terragonese. Dai più importanti testi medioevali si sa che per la canonizzazione diocesana e archidiocesana della nostra giovane eroina si tenne presente la storia della sua vita e le sue opere, più la relazione antica delle sue origini slave, la sua nobiltà, il viaggio di nozze in Aragona con le circostanze del suo martirio. Si tenne nella massima importanza la «vox populi», perché il popolo cristiano desse il suo giudizio sui miracoli attribuiti a Santa Eurosia. Si fece così, come era di regola allora per casi di santificazione, una votazione generale, di tipo popolare, con regolari scrutatori e conseguente scrutinio dei voti, come si fa oggi per faccende amministrative, politiche o referendarie. Il risultato di queste votazioni fu estremamente positivo e di risonanza tale da non avere ombra alcuna sulla santificazione della giovane Eurosia. Fu composto così l’Ufficio Divino per procedere alla solenne dichiarazione di santità e di culto, che culminava nella «elevatio ossium». Il prelato officiante della messa prese sulle mani i resti mortali del corpo di Eurosia, li sollevò lentamente e li tenne alzati per un pò alla vista di una moltitudine di gente formata dal clero e dal popolo devoto che si era convertito alla fede di Cristo anche tramite i miracoli di Eurosia. Fra la moltitudine di gente presente alla santificazione vi erano anche molti ammalati e persone che ancora non avevano abbracciato la fede cristiana, I primi speravano nel miracolo della guarigione essendosi già sparsa la voce dei miracoli avvenuti per intercessione della Santa; i secondi erano lì solo per curiosità. Dalla leggenda si sa che, in occasione di quella solenne celebrazione, molti furono gli ammalati che videro fugati i loro mali e ben di più furono i miscredenti ai quali fu dato il dono della fede in Cristo. La Canonizzazione della nostra Santa Patrona avvenne, quindi, in Jaca, dove ancor oggi riposano i suoi resti mortali, il 25 Giugno dell’anno 882. Ogni anno nèl mese di Giugno si tengono in Jaca i festeggiamenti che si ripetono, con maggiore solennità religiosa nel mese di Ottobre in ricordo della data del suo martirio

Alcune note biografiche

Scarse sono le notizie della nostra Santa circa i suoi primi anni di vita, come abbiamo già in precedenza visto. Di certo si sa che il padre si chiamava Moysla ed il nome della madre forse coincideva con quello della figlia: Dobroslava. Più fortuna hanno avuto nei testi di storia i suoi genitori adottivi, Boriboy e Ludmilla. A ciò che abbiamo scritto di loro, possiamo aggiungere che il duca morì nell’anno 890, quando aveva soltanto 36 anni. Sua moglie Ludmilla, invece, visse fino all’anno 921 e imitò la sua amata Eurosia nella fermezza della fede e nella pratica delle virtù cristiane. Educò nella verità cattolica suo nipote Venceslao e morì martirizzata per istigazione della nuova Drahomira, che, ovviamente, non sentiva la religione cattolica. Otto anni dopo (929) ebbe la corona del martirio anche suo nipote Venceslao, che divenne poi uno dei più grandi Santi ed è ancor oggi il Santo patrono e protettore di tanti popoli credenti dell’est europeo. Indubbiamente il verginale sangue di Eurosia, prematuramente versato, produsse molti frutti di santità in seno a quella famiglia ducale alla quale la Santa fu strettamente vincolata durante la sua breve esistenza terrena. Il Papa Giovanni VIII morì nel Dicembre dell’882, due anni più tardi di Santa Eurosia. Prima di morire aveva inviato una lettera a San Metodio incoraggiandolo a proseguire il suo difficile apostolato fra gli slavi e consolandolo per la sua pena a causa del recente martirio di Eurosia. Anche il Santo missionario morì presto (885) a Valehrad di Moravia che era la capitale e dove era la corte del duca, principe e re Svatopluk. Lì visse Eurosia negli ultimi mesi della sua vita; lì diede il suo consenso al matrimonio, preceduto dal consiglio di San Metodio davanti alla delegazione aragonese e da lì la giovane Eurosia partì per la Spagna, la sua terra promessa e seconda patria, Il santo arcivescovo morì serenamente, andando a riunirsi, dice un suo antico biografo, con i patriarchi, i profeti, gli apostoli, i dottori e i martiri della fede cristiana. Là avrebbe incontrato l’anima glorificata della sua figlia spirituale Eurosia, che cinque anni prima lo aveva preceduto per guadagnare il cielo. Per capire l’importanza di San Metodio, che tanta parte ha avuto nella storia di Santa Eurosia, ci limitiamo ad osservare che questo Santo è talmente importante nella storia della Chiesa da essere stato dichiarato, insieme a San Cirillo e a San Benedetto, Santo Patrono e protettore d’Europa. Il conte Fortùn Jimènez, arbitro della politica aragonese e re per breve tempo, ebbe lunga vita, visse per lo meno durante il regno di Sancho Garcès primo che fu il successore del re-monaco, don Fortùn Garces, del quale si può affermare che, malgrado la perdita della sua amata Eurosia, continuò a regnare per circa venti anni vivendo celibe e nel ricordo costante dì colei che doveva essere la sua sposa e regina del suo popolo e che, invece, per volontà di Dio, fu vergine e martire, sposa di Cristo ed, alla fine, Santa Patrona delle montagne spagnole dei Pirenei. Don Fortùn Garces non conobbe gli albori del decimo secolo. Nel 901 si trovava nel monastero del Leire e, nel ricordo della sua professione di fede, fece donazione di gran parte dei propri beni al convento di San Salvador dove sono conservate le reliquie delle Sante martiri Nunilona e Alodia. Da qui si può affermare che la mente e il cuore del buon re erano presi dall’esempio dato a lui e al mondo dal martirio delle due sorelle martiri e dalla sua vergine sposa Eurosia. Il nome completo dell’assassino di Santa Eurosia fu Abd Allà Muhammad Aben Lope. Suo padre, Lope, era figlio di Muza il, signore di Saragoza, di Tudela e di Huesca dove comandava nella veste di re. La famiglia era di origine visigota-cristiana; però poi abbracciò, per sete di potere, l’islamismo. Perciò Aben Lupo, secondo la leggenda, era conosciuto come un apostata, cioè un rinnegato e, come tale, lui e la sua famiglia intrapresero una vera e propria persecuzione verso quelle piccole comunità di cristiani che altra forza non avevano da contrapporgli se non quella della fede. Così, in breve tempo, Aben Lope, andando anche contro la sua stessa famiglia, si impossessò di Saragoza, divenne nemico dei signori di Cordoba e invase le terre di Navarra e di Alava. Secondo la cronaca vi fu un momento in cui il feroce capo arabo voleva riconciliarsi con Alfonso III de Leon, che non se la sentì di scendere a patti con un così spietato personaggio e, quindi, ad Aben Lope nessuno volle mai concedere la pace, nè alcuno poteva credere ad un suo pentimento dopo che si era macchiato dei più crudeli crimini e dopo che, per anni, aveva portato solo morte e distruzione contro povera gente inerme e pacifica. Questo capo ribelle passò la sua vita contro tutti e perturbando la pace dei regni cristiani. Morì, infine, nell’anno 898, quando si trovava a Saragoza. La fama di apostata, bandito, assassino satanico che la leggenda ci ha tramandato di Aben Lope risulta essere quanto mai giusta e meritata. Nell’ora suprema della sua inqualificabile vita, Aben Lope ebbe un sicuro pentimento per quanto male aveva sparso e, in special modo, per l’inqualificabile crimine commesso contro la nobile santa giovane Eurosia ed è per questa colpa che la Corona di Aragona è l’unica di Spagna che ha avuto una regina vergine, martire e santa canonizzata.

Culto di Santa Eurosia

Benchè i mezzi di comunicazione non fossero così rapidi come oggi lo sono, il culto per la giovane Santa Eurosia si sparse rapidamente da Jaca alle città vicine e da queste a tutta la Spagna. I più grandi propagatori del culto di Sant’Eurosia furono i soldati spagnoli; infatti furono proprio loro a far conoscere la Santa nei luoghi da loro dominati e a decantarne le sue divine virtù narrando la storia del suo martirio ed illustrandone i tanti miracoli avvenuti dopo la sua morte. Il fatto che una così giovane fanciulla avesse preferito la morte per martirio piuttosto che rinnegare la propria fede, accese la fantasia popolare e una moltitudine sempre crescente di cristiani la portò come splendido esempio di come la fede in Cristo fosse più forte della morte e delle diaboliche lusinghe. Forse con la mentalità dei giorni nostri non è facile comprendere appieno le ragioni di tanto propagandarsi del culto per la nostra Santa e non ci sembra questa la sede adatta per spiegarne le ragioni; ma ci sembra necessario consigliare a coloro i quali nutrono qualche dubbio di considerare l’epoca storica in cui il martirio di Eurosia avvenne e si converrà con noi che, se era già difficile essere semplici cristiani, lo era ancor più per coloro che erano disposti a difendere la fede in Cristo contro gli apostati e i rinnegati del tempo, contro coloro che vedevano nel propagarsi della fede cristiana la fine del loro dominio prepotente sui più deboli. Ma un altro fatto importante sta a supporto della giustezza del culto per Sant’Eurosia: papi, vescovi, principi e nobili del tempo restarono ammirati dal suo fulgido esempio a tal segno che per molti fu un fermo punto di riferimento di virtù morali ed altri martiri e santi vennero alla Chiesa per quanto la giovane Eurosia aveva insegnato. Si può a ben ragione affermare che Eurosia ha avuto la virtù, certamente rara, di essere una Santa venerata in egual misura sia dai potenti che dalle umili genti se è vero, come è vero, che per la sua santificazione fu determinante la «vox populi»; fu, infatti, un intero popolo a volerla Santa e non soltanto per il martirio subito, bensì per quanto questo martirio fosse stato una sua scelta di vita: meglio la morte per martirio che rinunciare alla propria fede in Cristo. Nello stesso tempo non vi è dubbio alcuno che la forza ad operare una scelta estrema fu data ad Eurosia da Dio; infatti solo un potere sovrannaturale poteva dare ad Eurosia la forza fisica e morale di sopportare a tal punto il martirio a tal segno da essere portata ad esempio da umili e potenti. Le ragioni, quindi, del rapido espandersi del culto di Santa Eurosia stanno anche nel fatto che la sua santità era riuscita a penetrare negli animi di tutti e non soltanto dei prelati. Ogni spagnolo cristiano che valicava i Pirenei era un propagatore del culto eurosiano. Ecco perché nei luoghi che gli spagnoli hanno dominato, lì è conosciuto, quasi ovunque, il santo nome di Eurosia. Sin dai tempi antichi, nelle regioni agricole ed in special modo nelle zone vinicole, la Santa è invocata contro il flagello della grandine e delle tempeste. I vignaroli e gli agricoltori più vicini a Roma erano soliti, anticamente, festeggiare Santa Eurosia in due chiese a lei intitolate: quella della Parrocchietta sulla via Particense e quella sulla via delle Sette Chiese. Ma la devozione per Santa Eurosia è sparsa ancor oggi in molte regioni italiane, specie in Lombardia che con la Spagna ebbe relazioni politiche. Nel comasco, nel novarese, nelle località agricole di Cremona e di Pavia vi sono cappelle e altari dedicati alla nostra Santa e la si festeggia ancora con grande solennità ed altrettanta partecipazione popolare. Nella provincia di Roma, specialmente in quei centri che dai vigneti traevano motivo di sostentamento e di vita, Santa Eurosia veniva implorata per allontanare le minacce della grandine e delle tempeste e altari a lei dedicati sorgevano non solo nelle vicine Velletri e Frascati, ma in molti altri centri vicini. Santa Eurosia era venerata con culto speciale nella non lontana Zagarolo, il paese che anche nei tempi andati, più di ogni altro, era circondato da estesi colli pampinosi che producevano in abbondanza vini generosi. Fin dai tempi remoti la devozione alla Santa fu importata a Zagarolo dai principi Colonna nell’antica collegiata di San Lorenzo, protettore del paese, ed è lì che, come risulta dalla cronaca dei Padri Barnabiti, si teneva «pubblica accademia e scenica rappresentazione del martirio di Sant’Eurosia». E in San Lorenzo che, considerando la crescente venerazione che i vìgnaroli di Zagarolo avevano, Sant’Eurosia ebbe la sua cappella, con un grande quadro rappresentante il suo martirio e con un altare di ricco marmo ed ogni anno, nella seconda domenica dopo Pasqua, la nostra Santa veniva solennemente festeggiata. Erano tanti i fedeli, e non soltanto di Zagarolo, che si recavano a chieder grazie a Santa Eurosia che le autorità del Municipio con quelle del Capitolo Laurenziano, tramite il Cardinale De Luca, chiesero al Vescovo della Cattedrale di Jaca di avere a Zagarolo una mano (recisa nel martirio) della Santa da conservare e venerare come reliquia. Naturalmente la mano di Santa Eurosia non giunse mai a Zagarolo, ma il Vescovo di Jaca, considerando la forte fede che animava la richiesta, chiuse un lembo di un braccio della Santa in una teca d’argento e la inviò a Zagarolo per essere gelosamente conservato e venerato nella collegiata di San Lorenzo.

Culto di Sant’Eurosia a Lariano

Come il culto per Santa Eurosia sia giunto qui a Lariano non se ne ha sicura notizia, ma il fatto che sia giunto a Zagarolo perché portato dalla nobile famiglia dei principi Colonna, ci dà la convinzione che allo stesso modo il culto per la giovane santa sia arrivato qui a Lariano. Infatti la potente famiglia dei Colonna ha avuto grossa parte nella storia di Lariano con il possesso del castello sul Maschio e delle terre circostanti per lunghissimi anni e con alterne fortune; quindi tutto lascia pensare che anche qui a Lariano il culto per Santa Eurosia sia stato portato dai Colonna a protezione dei vigneti e di quanto dalla terra era possibile avere, quale essenziale fonte di vita. Infatti era dalla terra che il larianese antico traeva direttamente di che vivere e la maggior parte degli abitanti erano, pertanto, agricoltori. Altrettanto veritiera potrebbe essere la tesi di don Fernando De Mei, che nel suo recente «La terra di Lariano e le sue Chiese» (1984) scrive testualmente: «Pare che il culto di Santa Eurosia sia passato prima dalla Spagna a Velletri e da qui a Lariano, portato da qualche nostro Cardinal Vescovo spagnolo o, più probabilmente, dai soldati spagnoli nel secolo XVIII, quando invasero per molto tempo le nostre contrade». Infatti proprio dal gennaio al giugno del 1734 molti soldati spagnoli sostarono in armi nelle contrade di Velletri ed anche dieci anni dopo con re Carlo che, combattendo gli austriaci, per molti mesi con i suoi soldati sostò in Velletri. Nella chiesa di San Salvatore a Velletri fu dedicata una cappella a Santa Eurosia ed esiste, sempre a Velletri, la contrada Santa Eurosia, sede anche della piccola stazione ferroviaria sulla linea per Roma. Certo è che il primo culto locale per Sant’Eurosia si ebbe presso la Chiesola della Madonna del Buon Consiglio; infatti è presso questa piccola Chiesa che fu portato, e lì rimase per lunghi anni, un piccolo quadro col dipinto della Santa. Detto quadro intorno al 1960 era così mal ridotto che Padre Antonio Cima, allora Parroco di Lariano, ritenne quanto mai opportuno farlo restaurare e conservarlo presso la casa parrocchiale in luogo certo più sicuro da possibili furti. Don De Mei nella sua opera ci ricorda che al culto per Santa Eurosia si affiancò una sorta di vero e proprio «beneficio» rinnovato al parroco di Lariano dopo che, nel 1785, il Cardinale Albani concesse a Francesco Giorgi tale beneficio per dotare la Chiesola della Madonna del Buon Consiglio, dallo stesso costruita, come risulta da un’apposita piccola lapide marmorea murata all’interno della prima chiesa sorta a Lariano. Ci sembra opportuno ricordare che, prima dell’unità d’italia, lo Stato Pontificio era di fatto proprietario del terreno ricadente nello stesso Stato. Il terreno agricolo della Chiesa veniva dato in colonia enfiteutica alle popolazioni del luogo e per «dotare», appunto, la Chiesola del beneficio di cui sopra, fu stabilito di dare una certa parte del terreno ad alcuni coloni del luogo; questi coloni dovevano dare una parte del prodotto (la così detta corrisposta) a Francesco Giorgi prima e poi ai vari parroci che si sono succeduti alla guida della parrocchia di Lariano. Ciò che il parroco ricavava da tale beneficio era ben poca cosa, ma doveva bastare per far fronte alle esigenze della casa parrocchiale. Tali terreni soggetti a corrisposta passavano sotto il nome di «Cappellania di Santa Eurosia», che doveva servire appunto, per il mantenimento della chiesa e del parroco. Come ricorda Don Aurelio Pieroni (1885), in un suo scritto, il terreno ricadente nella Cappellania di Santa Eurosia era quello di «Colle Mastrangeli, tagliato dalla Ferrovia e tenuto a colonia dalle famiglie Meconi, Marcelli, Graziosi e Borgetti al di qua verso la Chiesa, Tamburlani e Massari al di là del ponte. Confinante con questi evvi la piccola selva cedua posseduta dal colono Alessandro Qualtieri ed alcuni piccoli appezzamenti di canneti ritenuti da vari coloni, non che quelli all’entrata di Via della Croce. A questi terreni si deve aggiungere quello posseduto a canone dai fratelli Ludovisi. Si deve avvertire che le vigne rispondono all’ottava parte del raccolto del vino ed alla quinta di tutti gli altri frutti…» Non passarono molti anni dal 1785 e i larianesi, dediti per lo più all’agricoltura, si abituarono a rivolgersi a Sant’Eurosia quale protettrice dei raccolti e affinché da questi allontanasse grandine e tempeste; ed appena fu costruita la Chiesa al centro di Lariano la Santa di Spagna fu naturalmente dichiarata Patrona del paese.

Come si festeggiava Sant’Eurosia a Lariano

Originariamente Sant’Eurosia veniva festeggiata, oltre che nell’ultima domenica di maggio, anche nell’ultima domenica di Ottobre; giornata in cui, dopo la Messa solenne, veniva assegnato il premio a quei ragazzi che maggiormente si erano distinti per profitto nella scuola di dottrina cristiana. I festeggiamenti civili di un tempo erano ben poca cosa rispetto a quelli dei nostri giorni, ma la partecipazione era totale e molto sentita. Ogni capo famiglia, infatti, sentiva il dovere di partecipare alle spese per la festa. i soldi che si raccoglievano erano cifre irrisorie perché, allora, erano in pochi ad aver la fortuna di disporre di contanti; perciò, per i più l’offerta si concretizzava in natura: vino, olio, grano e granturco. Con quel poco che si ricavava si organizzava la festa. Non vi erano certo bande musicali, vie sfarzosamente illuminate, concerti di cantanti alla moda o estrazioni di ricche lotterie. Tutto si concretizzava nella processione: non vi era larianese che non sentisse prepotentemente il bisogno, il dovere ed il desiderio di seguire processionalmente la sacra immagine di Sant’Eurosia. E la domenica tutti alla Messa cantata. Era il giorno più importante dell’anno; anche perché era l’occasione per indossare qualcosa di finalmente nuovo: ci si poteva arrangiare per un anno intero, ma il giorno di Sant’Eurosia tutti si ritenevano obbligati a mettere qualcosa di nuovo. Dopo la Messa, ogni famiglia si ritrovava intorno al tavolo per il pranzo della festa: brodo di gallina con stracciatella, fettuccine fatte in casa, pollastro alla cacciatora con cicoria di campo, una bella fetta del tradizionale ciambellone e buon vino di grotta riservato alle grandi occasioni. Finito il pranzo, tutti si riversavano ai due lati della Via Ariana per assistere all’esilarante e tradizionale corsa degli asini. Un gran numero di questi bistrattati ma utilissimi quadrupedi prendeva il via dalla stazione ferroviaria e a forza di «tartorate» ognuno cercava di conquistare la vittoria arrivando davanti all’unica fontana al centro della piazza di Lariano e per il vincitore era gran festa, anche se il premio non era certo remunerativo. E poi tutti ad assistere alla rottura delle «pile» di coccio, gioco nel quale si esibivano, con gli occhi bendati e con tanto di bastone, i più baldi giovani del paese. I giochi si concludevano col «ricco» albero della cuccagna ben spalmato di sego; in questa singolare competizione quelli di Colle Fiorentino e di Colle Paccione, avendo maggiore dimestichezza con le pertiche di castagno, erano sempre gli assoluti vincitori dei premi consistenti in un bel salame, una sfilza di salsicce, una lonza, un pollastro, qualche pala di baccalà e, premio più ambito, un bel prosciutto rosso di peperoncino: tutta roba, tranne il baccalà, fatta in casa. Appena calata la notte vi erano gli spari ed i fuochi d’artificio consistenti nei vecchi «girelli» riproducenti un arrotino in animazione, un asino nell’atto di tirar calci e l’immagine della Santa festeggiata. Solo molti anni dopo e prima di dare il via ai fuochi artificiali, fu introdotta nel programma dei festeggiamenti l’estrazione della tombola. La festa era così finita, ma per gli uomini c’era ancora il tempo per passare qualche ora all’osteria per una briscola, un tressette e qualche bicchiere in più con l’immancabile «passatella». Così veniva festeggiata Sant’Eurosia tanti anni fa e a queste feste, col passar del tempo, non partecipava la sola gente di Lariano, ma molta ne veniva da Velletri, da Artena, da Giulianello e da Valmontone e tutti trovavano motivo per trascorrere una giornata di sano divertimento paesano in onore di quella Santa che qui a Lariano ha sempre trovato un culto fervido e sincero. Oggi le feste in onore di Sant’Eurosia sono ben diverse e sono senza dubbio più ricche e la devozione fra i larianesi è sempre viva e, anche se diversa, è ora, forse, più cosciente. Abbiamo così scritto su come veniva festeggiata la nostra Santa Patrona a Lariano nei tempi antichi; ma a questo punto ci sentiamo obbligati, e lo facciamo con sincero piacere, di riportare qui di seguito due bellissime pagine scritte da un nostro concittadino e tratte da una sua opera altrettanto bella e significativa: «ALTRE CENERI», data alla stampa agli inizi del 1987. In queste pagine si parla di come veniva festeggiata Sant’Eurosia agli inizi degli anni ‘30. Lo scrittore è Andrea Rivier; ma sotto questo nome a Lariano, purtroppo, sono in pochi a conoscerlo. Ben più conosciuto localmente è il suo vero nome: dott. Romano Romani! Ed ecco come l’amico Romano ci descrive la festa di Sant’Eurosia negli anni in cui lui era poco più che giovanetto. «…ma il tempo della più viva e generale allegria era la festa della patrona Sant’Eurosia, che durava tre giorni. Per tempo il comitato locale dei festeggiamenti curava l’abbellimento della piazza e della via principale del paese con festoni di lampadine colorate e fronde di sempreverdi, s’innalzava il palco della tombola e si allestiva in un prato contiguo alla piazza il marchingegno di legname leggero percorso da micce e girelli vari per i fuochi d’artificio. E fin dal primo giorno tutto il centro era occupato dai carrettini dei venditori di dolciumi, noccioline, frutta varia e castagne e fichi secchi e rudimentali balocchi e girandole e fiori di carta e zucchero filato che il venditore impastava su una liscia pietra bianca dinanzi agli avventori. S’ingaggiava una banda di qualche paese vicino che di continuo suonava gaie marcette mentre ai quattro lati della piazza quattro altoparlanti miagolavano canzonette in voga o classiche napoletane. La sera della vigilia c’era la processione con intervento del vescovo e del capitolo del Duomo di Velletri con tutti i canonici in mantellina rossa, compreso Don Temistocle, il vecchio curato di Lariano. Precedeva la banda suonando «Noi vogliam Dio» e «Mira il tuo popolo», vecchi inni sacri ormai caduti in desuetudine, seguita dalle confraternite della Misericordia e della Buona Morte in pelandrana nera lunga fino ai piedi e il cingolo di corda ai fianchi e il nero cappuccio calato sugli occhi tenendo alte le croci e gli stendardi; e infine le sacre immagini dell’Assunta e di Sant’Eurosia accompagnate dal suono di un campanello e seguite da tutta la popolazione di Lariano, le donne vestite di nero per lo più a piedi scalzi con un grosso cero acceso in mano. Il mattino della festa c’era la messa solenne, la chiesetta di Lariano era gremita e tutto il resto della popolazione vi si accalcava dinanzi. Nel pomeriggio la tomboIa con tre premi, trenta lire per la quaterna, cinquanta per la cinquina e cento per la tombola… A tarda sera, dopo cena, tutto il paese si riversava in piazza e appena buio si facevano i fuochi, tra grande clamore di voci e il suono asmatico della banda e lo stridore degli altoparlanti e ci si muoveva a stento tra la ressa su di un tappeto di cartacce, scorze d’arancio e bucce di castagne e di noccioline. Alla luce irreale e fumosa dei fuochi pirotecnici le ragazze parevano tutte bellissime e come trasfigurate, vestite degli abitucci buoni dai colori sgargianti e strette alla vita e le lunghe chiome brune ben pettinate e le scarpette lustre con i tacchi alti. C’era nell’aria grave un senso quasi panico, assai simile a quello che suscita l’euforia violenta delle folle carnascialesche. Ogni tanto s’intravvedeva in qualche angolo in ombra scambiarsi tra un giovanotto ed una ragazza un rapido bacio e qualche stretta furtiva….»